24 settembre 2026
Il Dottor Apollo e il foulard azzurro
Oggi nel reparto di Neurologia è accaduta una situazione molto particolare.
Nella sala dove condividiamo le informazioni con gli infermieri mi accorgo che il reparto sembra essere mezzo vuoto. Questa cosa mi sorprende, in genere è tutto pieno.
Dopo poco capisco. Le presenze sono pazienti complessi, ipercinetici e autistici.
Gli ipercinetici richiedono costantemente, ogni due minuti, un intervento degli infermieri e ai genitori sembra che l’intervento arrivi sempre in ritardo. Gli autistici producono suoni costanti, in evoluzione.
Come sempre, con il collega cerco un quadro di intervento dopo le consegne. Poi scelgo di entrare nella stanza del ragazzo autistico, circa 13 anni, che produce il volume sonoro maggiore.
Già entrando, vedo il padre che cerca di contenerlo, perché il ragazzo vuole portare fuori dalla stanza il suo bisogno. Spesso questi ragazzi sono capaci di una forza superiore alle loro dimensioni. Entro e chiudo la porta dietro di me.
Il ragazzo occupa uno dei due letti. L’altro è vuoto. Posso capire perché. Il ragazzo è difficilmente contattabile, come capita in questi casi. Io provo, poi modifico l’offerta. Poi guardo bene.
I miei occhi possono fare cose diverse. Possono darmi un riferimento su chi è chi: il padre, l’assenza di un compagno di stanza. Oppure possono osservare meglio e cogliere cosa è importante. Osservo che ha una maglia azzurra indossata. Vedo che c’è una felpa delle sue dimensioni, sempre di colore azzurro, appoggiata alla sedia.
Inizio a cantare, prendendo il suo ritmo nei gemiti-cantilena che produce. Poi utilizzo lo spazio della stanza per continuare a cantare.
Cantando, sposto gli elementi che possono essere spostati e vario il livello del mio canto. Salgo sopra la sedia, sulla poltrona dove dorme il papà, oppure mi abbasso lentamente sotto il livello del letto.
Il contatto visivo lo tengo molto limitrofo: lo guardo con la coda dell’occhio. Alcune volte sono di spalle rispetto a lui, ma poi torno nel contatto.
Ci vuole un tempo lungo, superiore ai 10-12 minuti, prima di avvertire un cambiamento nel tono del suo lamento.
Quando mi accorgo di questo, tiro fuori il mio foulard azzurro e inizio a fare un gioco con lui, come “prendi il fazzoletto”. È solo una scusa per fargli sentire la delicatezza della seta sulla pelle degli avambracci. La cosa funziona.
Fino a che lui prende il foulard e inizia a girarlo per l’aria.
Il papà si è spostato lateralmente sulla poltrona del letto accanto e ha lasciato spazio. Leggo questo come una disponibilità ad agire.
L’interazione continua, modifico la mia altezza, salendo sopra l’altra sedia e abbassandomi, e allo stesso modo modulo il suono.
Ora cerco i suoi occhi, ma non in forma ordinaria. Mi metto a testa in giù per guardarlo.
Poi uso, per il contatto visivo, gli spazi limite del suo letto, che offrono piccole finestre. Lui mi osserva incuriosito, il gioco evolve. I lamenti sono esauriti. R. gira nell’aria il mio foulard azzurro.
In genere non concedo mai gli elementi che mi servono nel lavoro. Oggi è un’eccezione. Mi sembra importante lasciare a R. il mio prezioso foulard.
Quando esco dalla stanza, il ragazzo si sposta nel letto per guardarmi mentre esco, svolazzando il foulard. Il papà ha gli occhi umidi.
Credo che il mio tempo nella stanza sia stato superiore ai 25 minuti. Quando esco, tutto il reparto è un poco più tranquillo di prima, quando i lamenti penetravano gli spazi senza conforto.
Questo è solo uno degli incredibili incontri che un Dottor Sogni fa nel suo lavoro.
Dottor Apollo