28 maggio 2026
Non posso fare il Dottor Sogni - di Cristiano Campari
Entriamo in una stanza.
Una adolescente senza capelli con attaccata una flebo.
Una bambina che copre la testa con un bandana colorata.
Le due mamme sono due signore piene di energia. Ma non oggi. Gli esami non vanno bene. Niente di buono all’orizzonte nonostante la vista mare della loro camera.
Sono in ospedale da tantissimo tempo, tanto che la Dottoressa Sciusciu ha comprato degli adesivi per le unghie apposta per loro e fa un quiz dividendo le squadre tra ragazze e mamme, per stabilire a chi regalarle.
Senza favoritismi vincono le giovani, che condividono gli adesivi da manicure anche con le loro mamme.
Ad un certo punto mentre Apollo sta facendo una magia, la più grande, Clementina, dice: “Dai Dottor Apollo fai una magia, fammi venire su le piastrine”, con un inconfondibile accento campano.
C’è un silenzio che credo duri 5 secondi, ma per me è lungo un mese. Sono talmente colpito che non sento nemmeno cosa dice Apollo in risposta.
So solo che la mamma cede. Piange. E viene accolta, così com’è. Così come sta. Niente giochi. Solo vicinanza, ascolto, cura e gestione delle lacrime.
Poi una poesia buffa, una canzone neomelodica che lei vuole condividere e la stanza piano piano finisce… i Dottor Sogni stanno per andare altrove.
Lei li saluta, è tornato il sorriso. Si sente scarica ma leggera. Ci dice “grazie che venite, se non ci foste voi non so”.
Questo è il motivo per cui io non potrei mai fare il Dottor Sogni, ma forse è il motivo per cui lavoro ogni giorno per Fondazione Theodora.
Cristiano Campari
Responsabile Programmi di Visita e Relazioni con gli Ospedali